Paesaggio con ponte

Arturo Tosi, Paesaggio con ponte
Arturo Tosi, Paesaggio con ponte, (1933). L’artista ritrae una veduta di Bogliasco, località ligure della Riviera di Levante

 

Cari visitatori del blog,

Vi comunico che sospenderò le pubblicazioni, per una opportuna pausa, a partire da oggi e per tutto il periodo estivo.

Grazie a tutti voi, e un saluto.

Paola

A braccia aperte

uomo vitruviano
Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano, 1490 circa, Galleria dell’Accademia di Venezia

 

Tre metri, nel diametro
cilindro secco del canale.

A braccia aperte, futuri uomini
vitruviani tendono i raggi, parole
adolescenti, ridono.

Un colpo… cosa è stato?

Nel prato solo le bestie
al pascolo. Gli alberi intorno.

Sotto, i desideri. Appena
più alto il volume della radio
per la ballata dell’impiccatosi
una volta, per amore.

Chissà se scrivono di notte
le risposte.

Quella che più rideva,
almeno un giorno, ha pianto.
L’estate è trapassata nei dintorni
come l’inverno dei ragazzi.

L’utero di ferro si è ostruito.
Per uno, delle ceneri chiuse
da qualche parte, un nome.

Chissà se stanno ancora insieme
le tre luci, sole.

Nessun segnale da quei posti.
Ora piante ad altezza d’uomo
e più – dai larghi rami
l’acqua ha travolto
(niente si sapeva in fondo).

Dell’intrico verde lasciato
dei tronchi e rami
alla bocca del canale. Del bosco,

con tutti quei coaguli varianti
fra il buio delle stelle.

 

Fra cielo e Terra

statua di San Benedetto a Norcia dopo il terremoto
La statua di San Benedetto tra le rovine del terremoto del 30 ottobre 2016 a Norcia

 

Fu lì che vidi la statua, illuminata a giorno al centro della piazza. Mostrava un uomo dalla barba venerabile e  dalla larga tunica, sollevava il braccio destro come per indicare qualcosa fra cielo e Terra. Era intatta in mezzo alla distruzione, e portava la scritta SAN BENEDETTO PATRONO D’EUROPA. Fu un tuffo al cuore. Fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo e al suo rapporto con Norcia, con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo.

Cosa diceva quel santo benedicente, in mezzo ai detriti di un mondo? Diceva che l’Europa andava alla malora? La Gran Bretagna aveva appena votato per uscire dall’Unione e io ero forse davanti alle macerie di una grandiosa idea politica? Lo spirito di Ventotene era finito? Il messaggio sembrava trasparente. Il ritorno degli egoismi nazionali diceva di una balcanizzazione in atto su scala continentale. Ma l’incolumità della statua in mezzo alla distruzione poteva mandare anche un messaggio diametralmente opposto. Ricordava forse che alla caduta dell’Impero romano era stato proprio il monachesimo benedettino a salvare l’Europa. Ci diceva che i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per il nostro mondo, in un Occidente segnato da violenza, immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano, bancarotta. Qualcosa di pallidamente simile all’oggi […]

Il messaggio del Santo poteva anche essere che l’Europa era ripiombata nel Medioevo e che, per tornare alle sue radici spirituali, avrebbe dovuto passare nuovamente per una stagione di macerie. Una terza catastrofe in cent’anni, necessaria a uscire dal tunnel autodistruttivo del consumo […] Forse eravamo già in guerra, lo eravamo magari da un secolo, ininterrottamente, solo che la tempesta mediatica centrata sui migranti ci impediva di vedere i focolai di conflitto che a macchia di leopardo circondavano l’Europa di ricchi […] Magari era verosimile anche una lettura positiva del messaggio. Forse il senso era che Benedetto era capace di costruire l’Europa nonostante le macerie, perché era più forte di loro. La vita sarebbe ricominciata comunque, perché era ricominciata tante volte nei secoli. Ma era dura crederci davvero […]

Un’ultima, impercettibile luce rosa orlava ancora la barriera innevata a est. Pulsavano le prime stelle. La terra sprigionava odore di terra, buona e bagnata. Bastava guardarsi attorno per capire che la spianata di Norcia era ancora un capolavoro di gestione del territorio. Un segno inconfondibile di Benedetto. Che uomini erano stati quelli. Erano riusciti a salvare l’Europa senz’armi, con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Lo avevano fatto quando le invasioni barbariche erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati […]

Quei giganti in tonaca nera li avevano cristianizzati e resi mansueti con l’esempio. Avevano salvato dall’annichilimento la cultura del mondo antico, rimesso in ordine un territorio in preda all’abbandono, costruito formidabili bastioni di resistenza alla dissoluzione: le abbazie […]

Guardando quelle montagne lunari in bilico fra due mari, mi apparve chiaro che la mia Europa dai confini definiti solo sull’Atlantico era sempre stata il capolinea di popoli d’Oriente, popoli irruenti, carichi di forza vitale, che l’avevano guerreggiata ma anche vissuta e resa fertile […]

Lì, in mezzo alle macerie di Norcia, vivevo una vertiginosa percezione della centralità dell’Italia e della sua colonna vertebrale. Se il mio Paese avesse perso l’Appennino, avrebbe perso se stesso. Per tre volte l’Europa era rinata da quelle montagne: con Roma, col monachesimo e col Rinascimento. Ma l’avevamo dimenticato.

 

Norcia, Aprile 2017  –   da Il filo infinito di Paolo Rumiz – Narratori Feltrinelli

 

 

Il sole squarciò il grigio

Pian Grande
Pian Grande alle porte di Castelluccio di Norcia

 

Dopo le rovine dei paesi non si videro più uomini e la montagna si fece aspra e solitaria. Da una sella battuta dal vento iniziammo a scendere nella nebbia per un canalone innevato, e fu alla fine di quella discesa che il Sole squarciò il grigio, sfolgorante in un cielo pervinca, svelando sulla destra i monti immacolati della maga Sibilla e, sulla sinistra, in un mormorio di ruscelli nel disgelo, un’ampia, inattesa conca quasi mongolica, coperta da una moquette di erba rasa, disseminata di crochi, ellebori e cuscini di primule, protetta da ogni lato da un cornicione di alture.

Quella discesa incantata e invisibile dal basso, chiamata Pian Grande, dove l’unico modo di camminare in quel mese d’aprile era andare scalzi, per meglio sentire la voce della Terra, quella prateria già serpeggiante di vita che a maggio avrebbe conosciuto la più celebrata fioritura d’Europa – il giallo, il viola, il rosso e l’azzurro delle lenticchie, dei papaveri e degli iris -, era il centro della linea di faglia che aveva scosso l’Appennino e allo stesso tempo il centro perfetto della Penisola che stava in mezzo al Mediterraneo […]

Ero cresciuto sulle Alpi, ma era stato l’Appennino a sedurmi nella maturità: è quella montagna antica, medievale, femminile, barbarica, dai sapori forti, era diventata la mia seconda patria.

 

Norcia, aprile 2017 – da Il filo infinito di Paolo Rumiz – Narratori Feltrinelli

Paolo Rumiz, triestino, è scrittore e viaggiatore.

 

Lo-li-ta

The snow maiden di Wendy Mould
Wendy Mould The snow maiden

 

Lo-li-ta: la punta della lingua compie un percorso di tre passi sul palato per battere, al terzo, contro i denti. Lo.Li.Ta. Era Lo, semplicemente Lo al mattino, ritta nel suo metro e quarantasette con un calzino solo. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea tratteggiata dei documenti. Ma tra le mie braccia era sempre Lolita.

Nel regno sereno dove stanno le anime dei grandi scrittori, penso che Vladimir Nabokov sorrida: un paio di anni fa, un articolo sui Proceedings of the Royal Society of London, una delle riviste scientifiche più autorevoli, ha annunciato che la sua più audace teoria scientifica è stata confermata […] La teoria di Nabokov riguarda i modi di diffusione di queste farfalle (Polyommatus Icarus) nel continente americano. Nel 1945, ha pubblicato l’ipotesi che esse si fossero evolute in Asia, per arrivare in America attraversando lo stretto di Bering in cinque ondate successive nel corso di dieci milioni di anni. Nessuno lo prese sul serio. Non si poteva immaginare che farfalle che vivono in climi caldi si fossero potute spingere così a nord. Invece Nabokov aveva ragione: tecniche moderne di sequenziamento del DNA hanno permesso di ricostruire la genealogia delle specie e di confermare esattamente le sue ipotesi. […]

Nabokov è stato curatore della sezione dei lepidotteri al Museo di Zoologia comparata dell’Università di Harvard. Ha pubblicato descrizioni dettagliate di centinaia di specie. Inseguiva farfalle fin da ragazzo, felice rampollo di una ricchissima famiglia aristocratica russa. Quando lui ha otto anni, suo padre viene imprigionato per ragioni politiche e il piccolo Vladimir gli porta in dono in cella una farfalla. Il padre ucciso, la fortuna della famiglia perduta nella rivoluzione, Vladimir Nabokov fugge in Europa, dove consuma i proventi del suo secondo romanzo per pagare una spedizione a caccia di farfalle sui Pirenei.
Fugge anche dall’Europa per l’arrivo al potere dei nazisti, e la sua passione per l’entomologia continua negli Stati Uniti […]

C’è relazione fra la scienza di Nabokov e la sua letteratura? E’ difficile resistere alla tentazione di avvicinare Lolita alla farfalla, soprattutto la Lolita negli occhi dell’immenso e disperato amore di Humbert Humbert. La questione è discussa in un saggio di Stephen Jay Gould pubblicato in Italia nel volume I have Landed. Nel saggio, dallo splendido titolo Non esiste scienza senza fantasia, né arte senza fatti. Le farfalle di Vladimir Nabokov, Gould sostiene che l’attenzione estrema e quasi ossessiva per l’osservazione e i dettagli sono alla base sia del successo di Nabokov nell’osservazione delle farfalle, sia della sua tecnica di romanziere.

Probabilmente è vero: Nabokov ha scritto:

Uno scrittore deve avere la precisione di un poeta e l’immaginazione di uno scienziato.

A me sembra non basti. Nel 1948, in un brano inserito in Speak, Memory [Parla, Ricordo], una delle più celebrate autobiografie letterarie dei tempi moderni, Nabokov scrive con la sua prosa lussureggiante:

I misteri di mimetismo hanno un’attrazione speciale su di me. I suoi fenomeni mostrano una perfezione artistica di solito associata con le cose fatte dalle mani dell’uomo […] Quando una farfalla deve apparire come una foglia, non solo tutti i dettagli di una foglia sono realizzati splendidamente, ma sono generosamente aggiunti segni che mimano i fori dei parassiti […]

La “selezione naturale” darwiniana non sembra arrivare a spiegare la coincidenza miracolosa di imitazione di aspetto e comportamento; non sembra essere suffficiente la “lotta per la vita”, quando un dispositivo di protezione è portato a un punto di sottigliezza mimetica, esuberanza, e lusso che sembra al di là della capacità di apprezzamento di un predatore. Ho scoperto nella natura un dilettarsi senza utilità che ho cercato nell’arte. Entrambe sono una forma di magia, entrambe un gioco di intricato incanto e inganno.

C’è qui ben più che la sola capacità di osservare i dettagli con ossessionata attenzione. C’è la capacità di vedere la bellezza.

Anche là dove gli sguardi solitamente si posano un attimo e poi scivolano via. Sulle ali di una farfalla. Nel suono di un nome indimenticabile: “Lo-li-ta”.

 

Tratto dall’articolo di Carlo Rovelli Lolita e l’icaro azzurro – Sole 24 Ore, 8 febbraio 2015, ripubblicato in Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, (raccolta di articoli per i giornali, dello stesso autore – edizioni Corriere della Sera)

 

 

L’Icaro azzurro

Polyommatus icarus
Polyommatus icarus o Icaro azzurro

 

Lungo i muri a secco
su itinerari
di rose d’erba
amare

e più scure
dove la mano
le schiaccia.

Su piccole cime di sole
a seguire Icaro
farfalla azzurrina
nel campo.

 

da Verrà la notte – 96, rue de La Fontaine Edizioni

 

Al museo di Scienze naturali di Milano, si incontra una bacheca con una collezione di farfalle blu, accanto a un nome: Vladimir Nabokov. Lui, l’autore di Lolita, dalla scrittura abbagliante, uno dei massimi scrittori del Novecento, era anche appassionato studioso di farfalle. Una sua poesia, dal titolo Scoprire una farfalla:

 

L’ho trovata e le ho dato il nome, perché conosco
la tassonomia latina: così sono diventato
il padrino di un insetto e il primo
ad averlo descritto; non voglio altra fama che questa.

 

Il suo nome resta per sempre nella scienza: ha compreso per primo la diffusione dell’Icaro azzurro (Polyommatus Icarus), la deliziosa farfalla blu che si può vedere al Museo di Milano. E’ “padrino di un insetto”, la fama che lui cercava.

 

Tratto da: Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza di Carlo Rovelli – Articoli per i giornali – Edizioni Corriere della sera

L’Icaro azzurro è diffusa in America e in Eurasia. E’ individuata come una fra le specie a rischio di estinzione (un milione), sulla nostra Terra.

Scritto nell’acqua

Monet - Ninfee
La serie delle Ninfee è un ciclo di circa duecentocinquanta dipinti realizzati dal pittore impressionista francese Claude Monet

“Tutto l’equivoco sta nel capire che cosa sia più bello: Shakespeare o un paio di stivali, Raffaello o il petrolio”

Nella sala si diffonde un mormorio di disapprovazione al quale egli replica quasi gridando:

“Ma io dichiaro che Shakespeare e Raffaello stanno al di sopra della liberazione dei servi della gleba, al di sopra della nazionalità, al di sopra della giovane generazione, al di sopra della chimica, quasi al di sopra dell’umanità intera, poiché sono già un frutto, il vero frutto di tutta l’umanità e forse il più alto frutto che mai possa esistere!”.

“Ma lo sapete voi, lo sapete voi che senza gli inglesi l’umanità può ancora vivere, può vivere senza la Germania, può vivere fin troppo facilmente senza i russi, può vivere senza la scienza, può vivere senza il pane, ma soltanto senza la bellezza non potrebbe più vivere, perché non ci sarebbe più niente da fare al mondo! Tutto il segreto è qui, tutta la storia è qui”.

Feodor Dostoevskij, I Demoni trad. di Francesca Gori, Garzanti Milano 2008

A prescindere dall’enfasi e dalle esagerazioni retoriche, io concordo con quanto Dostoevskij mette sulla bocca del suo personaggio Stepan Trofimovič. Come Dostoevskij, non considero la bellezza un caso fortuito, un mero ornamento di cui il mondo avrebbe potuto fare a meno senza che nulla di sostanziale per esso cambiasse; no, la bellezza, a mio avviso, è lo scopo verso cui questo nostro mondo procede.

“Bellezza è verità, verità è bellezza; questo è tutto ciò che voi sapete sulla terra, e tutto ciò che avete bisogno di sapere”.

John Keats, Ode su un’urna greca 1819

Questo disegno grandioso sale faticosamente dal basso e per questo produce anche tragedie ingiustificabili apparendo ai nostri occhi carico di ambiguità, a partire dalla vicenda biografica di John Keats, morto a Roma a soli venticinque anni, che volle far scrivere sulla sua lapide le parole che oggi leggiamo nel cimitero acattolico romano accanto alla piramide Cestia: “Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”.

da La via della bellezza di Vito Mancuso – Edizioni Garzanti