Una canzone per te

Una canzone per te
Non te l’aspettavi eh
Invece eccola qua
Come mi è venuta
E chi lo sa

Le mie canzoni nascono da sole
Vengono fuori già con le parole
Una canzone per te
E non ci credi, eh?

Sorridi e abbassi gli occhi un istante
E dici, “Non credo d’essere così importante”
Ma dici una bugia
Infatti scappi via
Una canzone per te

Come non è vero, sei te!
Ma tu non ti ci riconosci neanche
E lei è troppo chiara e tu sei già troppo grande
E io continuo a parlare di te
Ma chissà pure perché

Ma le canzoni
Son come i fiori
Nascon da sole, sono come i sogni
E a noi non resta che scriverle in fretta
Perché poi svaniscono
E non si ricordano più

 

Vasco Rossi, dall’album Bollicine – 1983

 

Il Maestro e Margherita

“Ah, è lei! L’ho aspettata tanto! Finalmente è qui, mio caro vicino!”.
Ma il Maestro* rispose:
“Sono qui, ma purtroppo non posso più essere il suo vicino. Me ne volo via per sempre, e sono venuto da lei per dirle addio”.
“Lo sapevo, l’avevo intuito,” rispose piano Ivan*, e domandò: “L’ha incontrato?”.
“Sì,” disse il Maestro, “sono venuto a dirle addio perché lei è stata l’unica persona con la quale abbia parlato nell’ultimo periodo”.
Ivanuška si illuminò e disse:
“E’ un bene che sia volato qui da me. Io manterrò la mia parola, non scriverò più brutti versi. Adesso mi interessa dell’altro, “Ivanuška sorrise e con occhi folli guardò oltre il Maestro, “voglio scrivere altro. Ricoverato qui, ho capito molte cose”.
Il Maestro si turbò e, sedendosi sul bordo del letto di Ivanuška, disse:
“E questo è un bene, è un bene. Scriva il seguito su di lui”.
Gli occhi di Ivanuška si accesero.
“Perché, lei non lo farà?” piegò la testa e aggiunse pensieroso: “Ah sì, non so perché gliel’ho chiesto…” .
Ivanuška diede uno sguardo al pavimento, ed era spaventato.
“Sì,” disse il Maestro, e la sua voce parve a Ivanuška sconosciuta e sorda, “io non scriverò più di lui”. Sarò occupato in altre cose”.


da il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov (Kiev, 1891 – Mosca, 1940)


Ivan (giovane poeta)

Maestro  (allusivo al Faust di Goethe,  e insieme alter ego dello stesso Bulgakov) – Altri personaggi del romanzo sono ispirati a letterati, artisti e vari burocrati del tempo, ben integrati nel regime sovietico.

 Lui (Ponzio Pilato) – In questo romanzo stratificato e complesso, di grande scrittura tonale, che si snoda immaginifica e avventurosa come un lungo viaggio, se ne inserisce un altro: quello della tormentata e oscura vicenda del procuratore romano in Giudea, delle sue ore assolate e delle notti insonni accompagnate dalla luna, dopo la condanna a morte di Ha-Nozri.

Attuale, stranamente moderno, con lo svelamento ironico, che diventa a volte spietato e giocoso “smascheramento” (vedi spettacolo al Variété ad es.) di comportamenti privati e pubblici, nelle due epoche presentate.

C’è anche una storia d’amore in questo libro, assoluta e dolente. Infinita come possono esserlo soltanto le storie trasfigurate nell’arte del racconto.
Bulgakov lavorò per molti anni alla stesura del testo, che fu oggetto di diverse vicende e persecuzioni, infine bruciato da lui stesso, poi rielaborato e riscritto, fino agli ultimi giorni prima della morte.

“I manoscritti non bruciano” ( Satana-Woland, da Il Maestro e Margherita ) Citazione, divenuta simbolo di resistenza intellettuale a ogni forma di totalitarismo.

 

Gli artisti

Pablo Picasso, Famiglia di saltinbanchi
Pablo Picasso, Famiglia di saltinbanchi, 1905, National Gallery of Art’s West Building in Washington, D.C.

 

Gli artisti non nascono artisti, non sembrano strani
animali ma nascono un po’ come tutti
come individui normali.
Hanno lacrime e riso,
hanno due occhi e due mani,
hanno stampata sul viso l’impronta di esseri umani.

Poi, appena un po’ cresciuti,
li avvolge una strana espressione
e appare sui volti convinti la stigmate della vocazione.

Non sperano di fare il pompiere,
l’astronauta o il ciclista,
non vogliono un comune mestiere
ma vogliono essere artista.

Non sono più alti o più belli
ma indossano panni curiosi,
son quelli che lancian coltelli
sognando di esser famosi. C’è quello che annaspa
e si pigia da abile contorsionista, chiudendosi in una valigia con un costume d’artista.

E girano il mondo dei circhi, vagando di quà e di là,
paghi d’applausi sol quando si inchinano e gridan “Voilà”!
E amano donne fedeli, che aspettano
nel carrozzone, rattoppano una calzamaglia
e adorano il loro campione.

Ci sono il cantante e l’attore, il poeta, lo stilista,
spesso son geni incompresi ma sempre si sentono artista.
Ah come invidio gli artisti che vivono nell’utopia!
Perché anche una vita infelice si illumina con la fantasia.

Io semplice essere umano,
costretto a costretti ideali,
sono solo un umìle artigiano
e volo con piccole ali.
Fabbrico sedie e canzoni,
erbaggi amari, cicoria, o un grappolo di illusioni
che svaniscono dalla memoria,
e non restano nella memoria.

 

Francesco Guccini –  dall’album  L’ultima Thule – 2012

 

 

 

Oltre il possibile


“Christo ha vissuto la sua vita al massimo, non solo sognando ciò che sembrava impossibile, ma facendolo diventare realtà. L’opera di Christo e Jeanne-Claude ha riunito le persone attraverso esperienze condivise in tutto il mondo, e il loro lavoro vive nei nostri cuori e ricordi. Christo e Jeanne-Claude hanno sempre chiarito che le loro opere in corso di realizzazione proseguiranno dopo la loro morte. Rispettando i desideri di Christo, ‘L’Arc de Triomphe, Wrapped’ a Parigi, Francia, è ancora in pista per settembre”. È il messaggio che giunge dall’ufficio referente di Christo Vladimirov Javacheff, conosciuto come Christo (Bulgaria, 1935), uno degli esponenti più importanti della Land Art che dagli anni ’60 aveva scardinato le regole del mondo dell’arte con installazioni artistiche su larga scala, rimanendo un artista amatissimo fino ai giorni nostri.

da Artribune, 31 maggio 2020

Certamente un innovatore, di grandi idee (è il caso di dirlo!) di un’immaginazione capace di osare oltre il possibile. Raccogliendo pienamente le suggestioni del surrealismo (Carrol pioniere in letteratura 1865 “Alice nel paese delle meraviglie”) e quelle più recenti dell’arte pop, che avevano restituito e creato un nuovo senso della realtà percepita (vedi oggi, ad esempio “Ago, filo e nodo” in Piazza Cadorna a Milano – 2000) e dando una veste inedita all’abituale e quotidiano ( si ricordi la tazzina con pelo di Man Ray 1936), Christo realizza i suoi progetti artistici su monumenti, o acque-territori-paesaggi (Land Art, regalando una visione mutata e originale delle grandi realtà. Con l’espediente/intuizione che si fa metodo, nel coprire-celare (vedi “Gli amanti” di Magritte – 1928) sempre utilizzando materiali naturali e riciclabili, nella preparazione/rimozione, di progetti e disegni studiati nei dettagli, realizza un sistema di accurate piegature, legamenti che “impacchettano” letteralmente grandi edifici o statue, dando vita a risonanze simmetriche stupefacenti, nelle loro linee e forme essenziali.

Nascondere ciò che appare maestoso e immutabile, ma che è esposto a caducità, al lavorìo del tempo, all’imprevedibilità di eventi di ogni tipo e destinato un giorno a finire, sottraendosi ad ogni vista. Velare per esporre e generare un nuovo genere di conoscenza, più consapevole, aperta, e protettiva ad un tempo. “Guarda un po’, avevo davanti una simile bellezza, e non me ne accorgevo nemmeno più…”

Ricordiamo la recente installazione sul lago d’Iseo, fatta di pontili galleggianti, che ha visto coinvolti in un percorso irripetibile nell’anno 2016, un milione e mezzo di visitatori, per i quali si è realizzato un sogno fantastico, che non ha eguali, se non quello di volare nell’aria come fanno gli uccelli, o camminare sulle acque, sovvertendo ogni legge naturale.

Stupirsi, cambiare itinerario, spostare l’attenzione… alzare lo sguardo, tornare. Anche questo, sembra dirci tanta parte dell’arte contemporanea.

Un nastro azzurro

 

La bambina portò da mangiare ai pastori sulla montagna.

Venne il temporale, con tuoni e pioggia.  Ci fu molto rumore.

Tutti avevano paura e cercarono rifugio in una grotta.

Un nastro azzurro comparve davanti all’entrata. Volava, e volava.

Forse, i pastori nemmeno lo videro, o pensarono a un lampo.

Lei lo guardava…  Volle uscire dalla grotta per seguirlo.

Subito dopo,  tutto crollò su pastori e pecore.

Quel nastro azzurro era l’arte.

 

di Maria Lai, da una antica leggenda di Ulassai (Nuoro)

 

Le immagini si riferiscono alla performance dell’artista,  che attraverso la realizzazione del progetto “Legarsi alla montagna”   coinvolse nell’anno 1981,  giovani e anziani del paese, utilizzando enormi quantità di tela azzurra a nastro che legavano una persona all’altra e rappresentando con nodi, fiocchi e piccole figure di pane,  gli affetti, le emozioni, i conflitti, le speranze di quella popolazione.