Carissimi mamma, papà…

partigiani

«Le Lettere contengono la voce di uomini e donne, appartenenti a tutte le età e a ogni classe sociale, consapevoli del dovere della libertà e del prezzo ch’essa, in momenti estremi, comporta. Chiunque anche oggi le leggerà, vi troverà un’altra Italia e non potrà non domandarsi se davvero non ci sia piú bisogno di quella voce o se, al contrario, non si debba fare di tutto per tramandarla e mantenerla viva nella coscienza, come radice da cui ancora attingere forza».

Gustavo Zagrebelsky

***

Centododici partigiani vengono catturati dai tedeschi o dai fascisti e già sanno che saranno giustiziati dal plotone d’esecuzione o uccisi dalle torture. Scrivono ai familiari, alla madre, alla moglie, alla fidanzata, ai compagni di studio, di lavoro, di vita. Appartengono alle realtà sociali e culturali piú diverse. Tutti vivono, per la prima e l’ultima volta, l’atroce esperienza di «un tempo breve eppure spaventosamente lungo, in cui si toglie all’uomo il suo piú intimo bene, la speranza», e in cui sono costretti, in preda allo smarrimento e all’angoscia, a «dare ordine» al proprio destino e al proprio animo.

Copertina del libro Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana di VV.

Lettere di condannati a morte della Resistenza italiana

Le lettere selezionate sono tratte dai libri di Malvezzi e Pirelli (Lettere di condannati a morte della Resistenzaitaliana, Einaudi, Torino 1994, quindicesima edizione) e di Avagliano e Le Moli (Muoio innocente. Lettere di caduti della Resistenza a Roma, Mursia, Milano 1999).

Albino Albico di anni 24 – operaio fonditore – nato a Milano il 24 novembre 1919 . Prima dell’8 settembre 1943 svolge propaganda e diffonde stampa antifascista – dopo tale data è uno degli organizzatori del GAP, 113a Brigata Garibaldi, di Baggio (Milano), del quale diventa comandante -. Arrestato il 28 agosto 1944 da militi della “Muti”, nella casa di un compagno, in seguito a delazione di un collaborazionista infiltratosi nel gruppo partigiano – tradotto nella sede della “Muti” in ViaRovello a Milano – torturato – sommariamente processato. Fucilato lo stesso 28 agosto 1944, contro il muro di Via Tibaldi 26 a Milano, con Giovanni Aliffi, Bruno Clapiz e Maurizio Del Sale.

Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti, mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia. Il sole risplenderà su noi “domani” perché TUTTI riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi. Voi siate forti come lo sono io e non disperate. Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.

Armando Amprino (Armando) di anni 20 – meccanico – nato a Coazze (Torino) il 24 maggio 1925. Partigiano della Brigata “Lullo Mongada”, Divisione Autonoma “Sergio De Vitis”, partecipa agli scontri del maggio 1944 nella Valle di Susa e a numerosi colpi di mano in zona Avigliana (Torino). Catturato nel dicembre 1944 da pattuglia RAU (Reparto Arditi Ufficiali), alla Barriera di Milano in Torino – tradotto alle Carceri Nuove di Torino Processato dal Tribunale Co.Gu. (ControGuerriglia) di Torino. Fucilato il 22 dicembre 1944, al Poligono Nazionale del Martinetto in Torino da plotone di militi della GNR, con Candido Dovis.

Dal Carcere, 22 dicembre 1944

Carissimi genitori, parenti e amici tutti, devo comunicarvi una brutta notizia. Io e Candido, tutt’e due, siamo stati condannati a morte. Fatevi coraggio, noi siamo innocenti. Ci hanno condannati solo perché siamo partigiani. Io sono sempre vicino a voi. Dopo tante vitacce, in montagna, dover morir cosí… Ma, in Paradiso, sarò vicino a mio fratello, con la nonna, e pregherò per tutti voi. Vi sarò sempre vicino, vicino a te, caro papà, vicino a te, mammina. Vado alla morte tranquillo assistito dal Cappellano delle Carceri che, a momenti, deve portarmi la Comunione. Andate poi da lui, vi dirà dove mi avranno seppellito. Pregate per me. Vi chiedo perdono, se vi ho dato dei dispiaceri. Dietro il quadro della Madonna, nella mia stanza, troverete un po’ di denaro. Prendetelo e fate dire una Messa per me. La mia roba, datela ai poveri del paese. Salutatemi il Parroco ed il Teologo, e dite loro che preghino per me. Voi fatevi coraggio. Non mettetevi in pena per me. Sono in Cielo e pregherò per voi. Termino con mandarvi tanti baci e tanti auguri di buon Natale. Io lo passerò in Cielo. Arrivederci in Paradiso. Vostro figlio Armando. Viva l’Italia! Viva gli Alpini!

Franco Balbis (Francis)

Appennino 1960

Foto di Luca Ispani – Monfestino (Serramazzoni) appennino modenese

 

Al mio paese
le uova sono pronte
i pollai gremiti
le campane sciolte
come i glicini sotto ai pergolati
e sui muri delle case vecchie.
Gli anziani parlano ai bambini
raccontano la morte e resurrezione del redentore.
Benedette le acque
e il cero
si prega per il raccolto.
Si prega uniti per un anno migliore.

 

Poesia di Luca Ispani

 

 

 

Un papà di notte alla finestra

La finestra aperta a Collioure di Henri Matisse
Henri Matisse, La finestra aperta a Collioure, 1905, olio su tela, cm 55.3 x 46. Washington, National Gallery of Art

 

Ormai la notte è fonda.
Ho la camicia celeste
e sto nel vento leggero
della finestra aperta.

Bevo un goccio di vino
che mi tiene tranquillo
e mangio un po’ di pane
col burro e col salame.

I miei bambini dormono
e il pensiero se ne va lontano.
Penso di camminare lungo il mare
e di tenerli per mano.

Guardo nel cielo buio
e ho voglia che venga il giorno
con tutti i bambini intorno,
coi bambini che fanno chiasso
uno stupendo fracasso.

Il mio pensiero vola
a colpi di gioia
e sono così contento
che mi addormento nel vento.

 

Il gattino e la primavera

 

Che bionda la mia bambina
la mattina
quando scende in giardino
piano piano
con un piattino di latte
nella mano
e un po’ di carne per il suo gattino.

Ha intorno fiori e fiori
micio bello
e intanto lei, che gioia,
ti sorride,
ti dà un bacino fortunato te.
Poi torna in casa a bere il suo buon tè
della mattina,
carina lei e addio.

Il sole splendeva su tutto il villaggio.
Era la primavera
di aprile o di maggio,
di primule gialle,
di azzurre pervinche,
di margheritine,
di trote e di tinche,
e il vento cantava tra i rami del faggio.

 

da Nel bosco del mistero di Pinin Carpi – Einaudi 1995

 

Mentre parlava si voltò

Il Noli me tangere nella Cappella della Maddalena di Assisi
Giotto, Noli me tangere, Cappella della Maddalena di Assisi (1307-1308)

Mentre parlava si voltò e vide Gesù in piedi, ma non sapeva che era lui. Gesù le disse:
-Perché piangi? Chi cerchi?

Maria pensò che fosse il giardiniere e gli disse:
– Signore, se tu l’hai portato via dimmi dove l’hai messo, e io andrò a prenderlo.

Gesù le disse:
– Maria!

Lei subito si voltò e gli disse:
– Rabbunì! (che in ebraico vuol dire: Maestro!).

 

dal Vangelo di Giovanni 20, 14-16

La navata di sinistra

Il Compianto del Cristo morto
Chiesa di Santa Maria presso San Satiro: Il Compianto del Cristo morto (1483)

 

Non sapeva perché fosse entrato in quella chiesa. Nemmeno ora che si trovava lì dentro, sotto quella cupola bianca, così enorme. Si perdeva a seguire le linee curve delle vele, senza cercare dove posare lo sguardo. Le contava una per una così, come fossero appena sorte allora da quel foro-lucernario, al centro. Il fresco dell’ambiente lo avvolgeva, trastullandolo in quel riposo non cercato. Solo noia, e un punto di malessere per non aver ancora deciso come riempire il resto di quella giornata.

Seduto su quella panca lucida, di legno, gli sembrava che anche l’aria intorno fosse satura di cera, o dell’odore umido della penombra. Non era solo. C’era un bell’andirivieni di gente, soprattutto sulle navate laterali, ma pochi si fermavano ai banchi, come aveva fatto lui.

Già, ma perché si era seduto? In fondo cominciava a sentirsi meglio. Non era poi così importante avere un programma per il pomeriggio.

La settimana santa, prima della Pasqua. Quanto tempo era passato, da quella volta che era entrato in chiesa con lei. Ce l’aveva trascinato, insistendo. Gli pareva che fosse proprio questa stessa chiesa. Erano entrati, poi passati attraverso la navata. Sì, proprio quella di sinistra, là in fondo gli sembrava di ricordare,  ci fossero delle statue.

Un ricordo sbiadito, i colori intorno, delle immagini statiche o in movimento (non ricordava) e poi lei, che aveva incontrato a quella festa di compleanno di qualcuno, forse un compagno di classe.

L’aveva subito colpito, perché era una nuova. Il sorriso forse, sfrontato. Le labbra con il rossetto scuro come si usava allora, e la minigonna. Man mano, aveva abbandonato quel suo modo di truccarsi e un certo parlare gergale. Era cambiata, stando con lui.

“E’ meglio che per un po’ non ci vediamo. Restiamo amici” –  Le aveva detto, senza trovare il coraggio di dirle il vero motivo. Lei era impallidita, rimanendo senza parlare per un po’. Non si era lamentata, come era nel suo stile. Con un mezzo sorriso guardava la fontana, i pesci rossi. Affissa al muro di fronte, oltre il cancello del parco, una pubblicità dell’aspirina, di carta slabbrata, ormai fuori stagione.

Poi aveva avuto un guizzo, quell’insistenza per entrare in chiesa. Di lei e di quel giorno, gli pare di non ricordare altro.

Un prete va a sistemarsi nel confessionale. Qualcuno si inginocchia.

Lui si alza dalla panca, raggiunge la navata di sinistra. C’è della luce che viene da laggiù, non si sa dove.

Presto supera l’arcata, facendosi poi strada tra le teste che lo sovrastano,  e  la rivede là.

Prima, tutta a muoversi un po’ confusa tra quelle figure…  Poi  ad un tratto che si arresta (a terra il Cristo morto  –   lei, aperte le braccia) e  si gira verso di lui,  con il bel volto disperato in pianto.

 

Nessun altro al mondo

Jan Vermeer - L'arte della pittura
Jan Vermeer (1662-1665), L’arte della pittura (1666 circa)

In nessuna attività è buon segno se all’inizio c’è la smania di riuscire – emulazione, fierezza, ambizione, ecc. – Si deve cominciare ad amare la tecnica di ciascuna attività per se stessa, come si ama di vivere per vivere.

Solo questa è vera vocazione e pegno di seria riuscita. In seguito potranno venire tutte le passioni sociali immaginabili a rimontare il puro amore della tecnica – è debito che vengano anzi – ma cominciare da loro è indizio di scioperataggine.

Bisogna insomma amare un’attività, come se non ci fosse nessun altro al mondo, per se stessa. Per questo il momento significativo è quello degli inizi: perché allora è come se il mondo (passioni sociali) non esistesse ancora rispetto a quest’attività.

Anche perché sono tutti capaci a innamorarsi di un lavoro che si sa quanto renda; difficile è innamorarsi gratuitamente […]

Non si può conoscere il nostro stile, e usarlo. Si usa sempre uno stile preesistente, ma in un modo istintivo che ne plasma un altro attuale. Lo stile presente si conosce solo quando è passato e definitivo e si torna a scorrerlo interpretandolo, cioè chiarendosi come è fatto.
Ciò che stiamo scrivendo è sempre cieco […]

Dunque non c’è tecnica? C’è, ma il nuovo frutto che conta è sempre un passo avanti alla tecnica che conoscevamo e la sua polpa è quella che ci nasce via via sotto la penna a nostra insaputa.

 

Da Il mestiere di vivere di Cesare Pavese

 

Il freddo sono baci

Antonio Ligabue, Volpe in fuga
Antonio Ligabue, Volpe in fuga, 1948, olio su tavola di faesite, 60×75 cm

 

Nel bosco canta
il popolo degli alati.

L’acqua è tornata
nella Camargue padana.

Passa una famiglia di anatroccoli
acefala di padre.

Ranuncoli e fiocchi bianchi

un serto di biscia nera,

il freddo della primavera
sono baci leggeri.