Novecento

La leggenda del pianista sull'oceano
La leggenda del pianista sull’oceano, di Giuseppe Tornatore, tratto dal monologo teatrale Novecento di Alessandro Baricco.

Come uscirne?

Pianto, rimorsi, civiltà
di indimenticate
avanguardie.

E la svolta, di nuovo
nel buio.

Palo e ombra
non si dissociano, mai.

Non si trova niente, niente
al di fuori di questa storia umana
globale, lo sai.

Avanza l’avvenire,
assolata libertà
vola mutila
e canta.

Un miracolo la poesia
non spenga le voci.

 

Appennino d’oro

Pier Paolo Pasolini
Pier Paolo Pasolini – foto di Dino Pedriali

 

Alle volte è dentro di noi qualcosa
(che tu sai bene, perché è la poesia)
qualcosa di buio in cui si fa luminosa

la vita: un pianto interno, una nostalgia
gonfia di asciutte, pure lacrime.
Camminando per questa poverissima via

di Casarola, destinata al buio, agli acri
crepuscoli dei cristiani inverni,
ecco farsi, in quel pianto, sacri

i più comuni, i più inutili, i più inermi
aspetti della vita: quattro case
di pietra di montagna, con gli interni

neri di sterile miseria – una frase
sola sospesa nella triste aria,
secco odore di stalla, sulla base

del gelo mai estinto – e, onoraria,
timida l’estate: l’estate, con i corpi
sublimi dei castagni, qui fitti, là rari,

disposti sulle chine – come storpi
o giganti – dalla sola Bellezza.
Ah bosco, deterso dentro, sotto i forti

profili del fogliame, che si spezzano,
riprendono il motivo d’una pittura rustica
ma raffinata – il Garutti? il Collezza?

Non Correggio, forse: ma di certo il gusto
del dolce e grande manierismo
che tocca col suo capriccio dolcemente robusto

le radici della vita vivente: ed è realismo…
Sotto i caldi castagni, poi, nel vuoto
che vi si scava in mezzo, come un crisma,

odora una pioggia cotta al sole, poco:
un ricordo della disorientata infanzia.
E, lì in fondo, il muricciolo remoto

del cimitero. So che per te speranza
è non volerne, speranza: avere solo
questa cuccia per le mille sere che avanzano

allontanando quella sera, che a loro,
per fortuna, così dolcemente somiglia.
Una cuccia nel tuo Appennino d’oro […]

 

da “La Guinea” – Poesia in forma di rosa di Pier Paolo Pasolini – 1964

 

Pasolini ne La Guinea si rivolge all’amico Attilio Bertolucci, scrivendo dei luoghi cari al poeta, e dove (come si deduce dal testo) lo stesso Pier Paolo ha soggiornato.

Quo vado?

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Fu Checco Zalone nel suo ultimo film a manifestare per  noi un sentire italiano inconfessabile, ma  pronto a cadere come un frutto maturo.

Dopo anni di di assuefazione, di indifferenza ostentata da parte di molti,  l’irruzione del dolore in quelle esistenze già molto mediatiche,  ebbe una risonanza nazionale.

La gente si sentì più vicina a loro, in qualche modo si ritrovò a condividere quella  sofferenza.

Poi tutto sembrò decantarsi e affondare nel solito stagno di indifferenza,  che riporta in superficie le vicende di personaggi pubblici in una condizione di quasi-oblio.

Però in qualche recesso del cuore, dove si è più vulnerabili e più esposti alla commozione ecco che si affaccia un desiderio, una piccola-grande lacrima che vorrebbe fluire.

Abbiamo bisogno di sognare ancora grandi storie, di romanzare, di inventare sul filo della realtà, di fantasticare ricongiungimenti impossibili.

In fondo c’era qualcosa di quella “felicità” così sbandierata, che ci affascinava anche solo per pochi secondi e poi quasi subito induceva ad allontanarsene.

Era l’impronta inconfondibile, dolce e dolente del vero,  con tutte le sue contraddizioni,  dell’inspiegabile sconosciuto che si affaccia talvolta nella vita di tutti noi.

 

 

Paesaggio con ponte

Arturo Tosi, Paesaggio con ponte
Arturo Tosi, Paesaggio con ponte, (1933). L’artista ritrae una veduta di Bogliasco, località ligure della Riviera di Levante

 

Cari visitatori del blog,

Vi comunico che sospenderò le pubblicazioni, per una opportuna pausa, a partire da oggi e per tutto il periodo estivo.

Grazie a tutti voi, e un saluto.

Paola

A braccia aperte

uomo vitruviano
Leonardo da Vinci, Uomo vitruviano, 1490 circa, Galleria dell’Accademia di Venezia

 

Tre metri, nel diametro
cilindro secco del canale.

A braccia aperte, futuri uomini
vitruviani tendono i raggi, parole
adolescenti, ridono.

Un colpo… cosa è stato?

Nel prato solo le bestie
al pascolo. Gli alberi intorno.

Sotto, i desideri. Appena
più alto il volume della radio
per la ballata dell’impiccatosi
una volta, per amore.

Chissà se scrivono di notte
le risposte.

Quella che più rideva,
almeno un giorno, ha pianto.
L’estate è trapassata nei dintorni
come l’inverno dei ragazzi.

L’utero di ferro si è ostruito.
Per uno, delle ceneri chiuse
da qualche parte, un nome.

Chissà se stanno ancora insieme
le tre luci, sole.

Nessun segnale da quei posti.
Ora piante ad altezza d’uomo
e più – dai larghi rami
l’acqua ha travolto
(niente si sapeva in fondo).

Dell’intrico verde lasciato
dei tronchi e rami
alla bocca del canale. Del bosco,

con tutti quei coaguli varianti
fra il buio delle stelle.

 

Fra cielo e Terra

statua di San Benedetto a Norcia dopo il terremoto
La statua di San Benedetto tra le rovine del terremoto del 30 ottobre 2016 a Norcia

 

Fu lì che vidi la statua, illuminata a giorno al centro della piazza. Mostrava un uomo dalla barba venerabile e  dalla larga tunica, sollevava il braccio destro come per indicare qualcosa fra cielo e Terra. Era intatta in mezzo alla distruzione, e portava la scritta SAN BENEDETTO PATRONO D’EUROPA. Fu un tuffo al cuore. Fino a quel momento non avevo minimamente pensato al Santo e al suo rapporto con Norcia, con il terremoto, con la terra madre del Continente cui appartenevo.

Cosa diceva quel santo benedicente, in mezzo ai detriti di un mondo? Diceva che l’Europa andava alla malora? La Gran Bretagna aveva appena votato per uscire dall’Unione e io ero forse davanti alle macerie di una grandiosa idea politica? Lo spirito di Ventotene era finito? Il messaggio sembrava trasparente. Il ritorno degli egoismi nazionali diceva di una balcanizzazione in atto su scala continentale. Ma l’incolumità della statua in mezzo alla distruzione poteva mandare anche un messaggio diametralmente opposto. Ricordava forse che alla caduta dell’Impero romano era stato proprio il monachesimo benedettino a salvare l’Europa. Ci diceva che i semi della ricostruzione erano stati piantati nel peggior momento possibile per il nostro mondo, in un Occidente segnato da violenza, immigrazioni di massa, guerre, anarchia, degrado urbano, bancarotta. Qualcosa di pallidamente simile all’oggi […]

Il messaggio del Santo poteva anche essere che l’Europa era ripiombata nel Medioevo e che, per tornare alle sue radici spirituali, avrebbe dovuto passare nuovamente per una stagione di macerie. Una terza catastrofe in cent’anni, necessaria a uscire dal tunnel autodistruttivo del consumo […] Forse eravamo già in guerra, lo eravamo magari da un secolo, ininterrottamente, solo che la tempesta mediatica centrata sui migranti ci impediva di vedere i focolai di conflitto che a macchia di leopardo circondavano l’Europa di ricchi […] Magari era verosimile anche una lettura positiva del messaggio. Forse il senso era che Benedetto era capace di costruire l’Europa nonostante le macerie, perché era più forte di loro. La vita sarebbe ricominciata comunque, perché era ricominciata tante volte nei secoli. Ma era dura crederci davvero […]

Un’ultima, impercettibile luce rosa orlava ancora la barriera innevata a est. Pulsavano le prime stelle. La terra sprigionava odore di terra, buona e bagnata. Bastava guardarsi attorno per capire che la spianata di Norcia era ancora un capolavoro di gestione del territorio. Un segno inconfondibile di Benedetto. Che uomini erano stati quelli. Erano riusciti a salvare l’Europa senz’armi, con la sola forza della fede. Con l’efficacia di una formula: ora et labora. Lo avevano fatto quando le invasioni barbariche erano una cosa seria, non una migrazione di diseredati […]

Quei giganti in tonaca nera li avevano cristianizzati e resi mansueti con l’esempio. Avevano salvato dall’annichilimento la cultura del mondo antico, rimesso in ordine un territorio in preda all’abbandono, costruito formidabili bastioni di resistenza alla dissoluzione: le abbazie […]

Guardando quelle montagne lunari in bilico fra due mari, mi apparve chiaro che la mia Europa dai confini definiti solo sull’Atlantico era sempre stata il capolinea di popoli d’Oriente, popoli irruenti, carichi di forza vitale, che l’avevano guerreggiata ma anche vissuta e resa fertile […]

Lì, in mezzo alle macerie di Norcia, vivevo una vertiginosa percezione della centralità dell’Italia e della sua colonna vertebrale. Se il mio Paese avesse perso l’Appennino, avrebbe perso se stesso. Per tre volte l’Europa era rinata da quelle montagne: con Roma, col monachesimo e col Rinascimento. Ma l’avevamo dimenticato.

 

Norcia, Aprile 2017  –   da Il filo infinito di Paolo Rumiz – Narratori Feltrinelli