Una cosa è bella

Ettore Sottsass - librerie
Librerie di Ettore Sottsass

 

Una cosa è bella quando si ha voglia di morire – dicono i Cinesi. Allora qualcuno certo può dire che non è arte quando blocca così il sangue. Dicono che deve bloccare lo spirito. Ma dove è lo spirito che non sia mescolato al sangue e c’è un sangue che non sia bloccato dallo spirito?

Ettore Sottsass (1917-2007) Per qualcuno può essere lo spazio – 2017 Adelphi edizioni

“Nell’architettura del passato mai la struttura è stata fine a se stessa…”
Sono diversi i centri di interesse di questo piccolo e denso libro. Riflessioni sull’origine dell’architettura umana,  scaturita come necessità e appropriazione del mondo naturale, ma insieme rito e chiamata incessante al godimento sacro della bellezza.

Non si rimane indifferenti di fronte a una opera architettonica. E’ immediato lo scotimento ed esige sempre una risposta dai fruitori per occasione o per scelta, mentre condiziona con la sua perenne esposizione, quelli che lo sono per consuetudine abitativa.

Lo spazio è ricerca-problema da risolvere o da invadere anche nell’arte pittorica, che ha cercato di superare i suoi confini, approdando a percorsi inediti, ma non sempre espliciti.

E la scrittura? Certo per quest’arte è ancora più difficile, la conquista avviene attraverso una trama di parole, richiama attività più nascoste, da caverna antro – qui si torna all’architettura, allo spazio! – in cui ripetere o produrre nuove visioni e operazioni rituali (rito come azione interattiva e preveggente tra uomo e ambiente con i suoi misteri insoluti e insolubili – compreso se stesso).

Le immagini esterne ed interne, sono filtrate e restituite da un sistema convenzionale complesso, che non può far leva immediata sui cinque sensi, ma qui si svela il punto di forza: attraverso l’uso creativo e consapevole di un codice, attingere a ogni esperienza di umana conoscenza e ai suoi simboli.

C’è una materia pesante e stopposa da lievitare: questo è il problema. Il problema è darle forma, come si dice, darle senso, pigliarla da sotto e alzarla per aria e darle un movimento stupefacente e impreveduto. Questa è l’arte.

Ettore Sottsass

 

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Una brutta poesia

Tonino Guerra - Alfabeto fantastico
Alfabeto fantastico (2006) Tonino Guerra

I versi se ne vanno, ma non sarebbe meglio trattenerli o addirittura astenersene? Perché abbandonare a un destino comunque nullificante, creature così impalpabili, che non sarebbero mai nate altrimenti?

Qualcuno o qualcosa ha salvato dall’impermanenza un’impressione, un’idea, delle immagini e le ha trasferite in un luogo di gestazione, di metamorfosi più o meno lunga, per poi darle alla luce.

Pochi di noi, in certe occasioni della vita, si sono salvati dallo scrivere una brutta poesia, come disse Nanni Moretti nel suo film “Caro diario”.
Col tempo, s’impara che la poesia non è cosa d’occasione, ma qualcosa di più serio.

Non serve chiedersi perché qualcuno non ci ha mai nemmeno pensato, o perché qualcun altro (forse per ragioni di salute) ha smesso. Non lo sapremo mai.
Come non conosceremo il motivo recondito che tiene incollati alla scrivania noi e un buon numero di persone, a vari livelli di impegno “scrittorio-letterario”, mentre si potrebbe fare altro con maggior profitto e più divertimento.

Di fronte a risultati quanto mai incerti e a volte insoddisfacenti, la tentazione di abbandonare l’impresa sopraggiunge e poi presto, se ne va. Qualcuno ha bisogno di tempi più o meno lunghi di riposo creativo ed elaborativo, per poi riemergere con nuovo vigore di penna, o di tasti.

Un’unica certezza serena all’orizzonte, o ombrello da aprire in caso di minaccia temporalesca: la storia letteraria della passata umanità, in particolare quella più vicina del Novecento, che ci dà respiro e soprattutto un po’ di Bellezza… unita alla consolazione, non disprezzabile, che anche i “grandi”, avranno scritto almeno qualche volta una brutta poesia.

E per esorcizzare ogni rischio e darci qualche sollievo, ecco cosa dice Jorge Luis Borges nel suo racconto “L’Aleph”, in cui il poeta Carlos Argentino Daneri, “fustiga con durezza i cattivi poeti”:

“Questi presta al poema bellicosa armatura
d’erudizione; quegli pompe e gale.
Ambo battono invano le ridicole ali…
Obliarono, miseri, il fattore BELLEZZA!”

 

Come l’Universo

il cavaliere azzurro di Kandinskij
Der Blaue Reiter (1903) di Vasilij Vasil’evič Kandinskij

II

C’è in me un poeta che mi ha detto Iddio…
La primavera scorda nei burroni
le ghirlande che trasse dagli slanci
della sua gioia effimera e spettrale…

Su rugiada di prato fanciullezza
i suoi zoccoli batte allegramente…
Senza desii, su panche il tuo restar
mirando l’ora come chi sorrida…

Fiorir del giorno a pulvini di Luce…
Violini del silenzio inteneriti…
Tedio ove alletta il solo avere tedio…

L’anima bacia il quadro che ha dipinto…
Mi seggo accanto ai secoli perduti
e sogno il suo profilo, inerzia e volo…

da Stazioni della via Crucis

 

La morte è la curva della strada,
morire è solo non esser visto.
Se ascolto, odo il tuo passo
esistere come io esisto.

La terra è fatta di cielo.
La menzogna non ha nido.
Mai nessuno s’è perduto.
Tutto è verità e cammino.

da Mietitrice

 

XLVIII

Dalla più alta finestra della mia casa,
con un fazzoletto bianco dico addio
ai miei versi che partono verso l’umanità.

E non sono lieto né triste.
Questo è il destino dei versi.
Li ho scritti e devo mostrarli a tutti
perché non posso fare il contrario,
come il fiore non può nascondere il colore,
né il fiume nascondere che scorre,
né l’albero nascondere che dà frutto.

Eccoli che vanno già lontano come nella diligenza
ed io senza volerlo provo pena
come un dolore nel corpo.

Chi sa chi li leggerà?
Chi sa in che mani andranno?

Fiore, mi ha colto il mio destino per gli occhi.
Albero, mi strappano i frutti per le bocche.
Fiume, il destino della mia acqua era non restare in me.
Mi sottometto e mi sento quasi lieto,
quasi lieto come si stanca di essere triste.

Andate, andate via da me!
Passa l’albero e rimane disperso per la Natura.
Appassisce il fiore e la sua polvere dura sempre.
Scorre il fiume e sfocia nel mare e la sua acqua è
sempre quella che è stata sua.

Passo e resto, come l’Universo.
 

Gli eteronimi – da Poemi completi di Alberto Caeiro

Testi di Fernando Pessoa, tratti da  Poesie   La grande poesia – Edizioni Corriere della sera

Una musica country

Casa sulla cascata di Frank Lloyd Wright
Casa sulla cascata o Fallingwater (1936-39) – Pennsylvania – architetto Frank Lloyd Wright

 

Una musica country
erompe dal fondo della sera.
Di questa sera come altre
nella mia casa.

Qesta sera country-music
vorrei dirompesse a cascate
dai muri resistenti
della mia casa.

Sulla strada,
nel fresco della sera
musica

che veli la mia anima
di una nostalgia nuova
di una piega molle

Oh, la piega molle
della mia malinconia!

E che la pioggia non turbi
il fluire della corrente…

 

da “Stazioni” – Laura Rangoni editore (1997)

 

Fa tacere il tuo canto!
Fa tacere, che, mentre
l’udii, udivo
un’altra voce,
come venisse
negli interstizi
del dolce incanto
con cui il tuo canto veniva a noi.

da “Poesie” di Fernando Pessoa (1888 – 1935)

 

La balena bianca

murale con balena bianca e calamari
Opera di Marco Tarascio, in arte Moby Dick

 

Là il Leviatano,
Creatura più grande, sull’abisso
Disteso a promontorio dorme o nuota,
Par terra che si muova e colle branchie
Inspira e a un soffio fiotta fuori un mare.

da Paradiso perduto di John Milton

Chiamatemi Ismael. Qualche anno fa – non mette conto precisare quanto – a corto o meglio a secco di quattrini e senza niente di speciale a trattenermi sulla terraferma, pensai di darmi per un po’ alla navigazione e di veder la parte acquorea del mondo.

[…]

E fu allora che, con un’improvvisa spazzata bassa della mandibola messoria, Moby Dick gli aveva tranciato via la gamba come un falciatore un filo d’erba… Non c’era quindi motivo di dubitare che fin da quell’incontro pressoché fatale Ahab covasse una furiosa brama nei confronti della balena, tanto più feroce in quanto nella sua morbosa frenesia aveva finito per identificare in lei non solo tutte le pene del corpo ma tutte le esasperazioni della mente e dello spirito […]

MEZZANOTTE CASTELLO DI PRUA

VECCHIO MARINAIO DI MAN

Come vibrano i tre pini! I pini sono gli alberi che, a spostarli in altro terreno, più difficilmente sopravvivono e qui c’è solo la creta maledetta della ciurma. Alla via, timoniere, alla via! Quando il tempo è così, a riva i cuori ardimentosi schiattano e in mare gli scafi chigliati schiantano. Il nostro capitano è marchiato sulla pelle; guardate là ragazzi, c’è un altro marchio in cielo, un lividore, vedete, tutto il resto è nero come la pece. […]

Ora piccoli uccelli volitavano stridendo sull’abisso spalancato; una spuma bianca andò a rilento a fragersi contro le erte pareti; poi tutto crollò e il grande sudario del mare si srotolò rollando come cinquemila anni fa. […]

E io tutto solo sono scampato per rapportartelo. Giobbe.

Le citazioni sono tratte da Moby Dick di Herman Melville – pubblicato nel 1851 – Traduzione di Ottavio Fatica (Einaudi 2015)

 

Heman Melville, l’autore di Moby Dick, nacque a New York nel 1819, e a diciannove anni, invece di iscriversi all’Università, scelse l’avventura. S’imbarcò come marinaio su una nave diretta alle isole del Pacifico e da allora l’oceano, i suoi miti e le sue leggende lo conquistarono […] Solamente nel XX secolo sarebbe stato riscoperto e consacrato come uno degli autori più originali e ambiziosi di tutti i tempi.

dalla prefazione di Mario Vargas LLosa

 

 

Bosco in città

Bosco verticale
Bosco verticale nel quartiere di Porta Nuova a Milano

 

Premio, un giro di giostra
sul castello più bello
del mondo.

Fino alle nuvole i rami.

E quelle foglie mai state verdi
domani, chi le raccoglie?

Se hai tempo
e talento da perdere
all’architetto domanda.

Chiedi dell’altro
dove si va tra nebbie e rifiuti
per sempre nuovo dolore.

Poter trapiantare la gioia
da farci un lago
per il bosco in città.

 

Vie italiane

Duomo
Duomo al tramonto olio su tela

 

Stavo appunto guardando compiaciuto dentro a viuzze ben lastricate, quando improvvisamente arrivammo in uno slargo. Alzai lo sguardo e ci passò vicino l’incredibile facciata del Duomo, illuminata dal rosso infuocato del tramonto…

Jacob Burckhardt, Bilder aus Italien, 1838

 

Al crepuscolo, avvicinandoci a Milano, cominciavamo a vedere la città e, oltre ad essa, le cime azzurrine delle montagne. Ma non facevamo caso a tutto questo, non c’interessava per nulla. Avevamo un’impazienza febbrile, spasimavo solo per vedere la famosa cattedrale! Scrutavamo qua e là, tutto intorno, dovunque. Non avevamo bisogno che qualcuno ce l’indicasse, l’avremmo scovata anche nel grande deserto del Sahara.
Infine una foresta di graziosi aghi, che brillavano nella luce ambrata del sole, si alzò lentamente sopra i tetti delle piccole case, come talvolta nel lontano orizzonte si vede una massa di nubi dorate e irta di punte che si solleva sulla distesa di onde marine – la Cattedrale! Lo capimmo all’istante.

Mark Twain, The Innocents Abroad, San Francisco, 1869

 

Ma ciò che soprattutto colpisce è la visita alla cattedrale. Immaginate una mole immensa, tutta marmo, statue ed ornamenti traforati, simile ad un merletto.

Fëdor Michajlovič Dostoevskij, Epistolario

 

Martedì, 7 Aprile

Alla cattedrale. Stupenda. Per me dà più soddisfazione di San Pietro. Grandezza stupefacente. Effetto di finestre infuocate nell’abside. Sono salito, dal basso le persone in mezzo alle decorazioni traforate sembrano mosche imprigionate in una ragnatela. Gruppi d’angeli in cima ai pinnacoli e dovunque. Non è l’ideazione, ma l’esecuzione. Vista dalla sommità. Potrei scrivere il diario di viaggio in cima alla Cattedrale di Milano.

Herman Melville, Journal of a Visit to Europe and the Levant, 1856 – 57, Princeton

 

Renzo, salito per un di que’ valichi sul terreno più elevato, vide quella gran macchina del duomo sola sul piano, come se non di mezzo a una città, ma sorgesse in un deserto; e si fermò su due piedi, dimenticando tutti i suoi guai, a contemplare anche da lontano quell’ottava meraviglia, di cui aveva tanto sentito parlare fin da bambino.

Alessandro Manzoni, I promessi sposi, Milano, 1840