Da monte

Cominciai a capire un fatto, e cioè che tutte le cose, per un pesce di fiume, vengono da monte: insetti, rami, foglie, qualsiasi cosa. Per questo guarda verso l’alto, in attesa di ciò che deve arrivare. Se il punto in cui ti immergi in un fiume è il presente, pensai, allora il passato è l’acqua che ti ha superato, quella che va verso il basso e dove non c’è più niente per te, mentre il futuro è l’acqua che scende dall’alto, portando pericoli e sorprese. Il passato è a valle, il futuro è a monte…Qualunque cosa sia il destino, abita nelle montagne che abbiamo sopra la testa.

da “Le otto montagne” di Paolo Cognetti

Paolo Cognetti è nato a Milano il 27 Gennaio 1978 – Il romanzo è uscito per Einaudi l’8 Novembre del 2016 ed ha vinto il premio Strega nel 2017

La montagna ha tante cose da dire, a chi la ascolta. Così deve aver fatto Paolo, quando ha scritto questo libro, attingendo alle molte esperienze vissute in montagna fin da bambino.
E’ un racconto di solitudine e di relazioni importanti, di amicizia in particolare. Amicizia anche con se stessi, nel conflitto e nella pacificazione di tendenze opposte solo in apparenza e necessarie, con un senso che si compie, inscritto da sempre su quelle cime e rivissuto anche altrove, nei luoghi della vita.

nebbia
James Mossali – Solo nella nebbia
Corniglio (PR)
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L’enigma del tempo

Il tempo ha in sé qualcosa del fluire. Il tempo ha in sé qualcosa dell’immobilità.

Non possono bastare alla nostra sete di comprensione mai esausta, le idee e le immagini sul “mantello” dello spazio-tempo duttile, adattabile e definito nei suoi quanti, in cui si situerebbe il nostro stare nell’universo.

Resta l’enigma.

Lo stare assorti di fronte al fuggire dell’ora, nell’inazione affascinata, che contempla il consumarsi di tutte le cose.

E’ proprio in questa consumazione, deterioramento delle cose nella natura, più o meno percettibile, più o meno rapido, che si affaccia un modo “altro” di vedere il mondo, un’altra visione.

Nell’accadere della fine, si mostra lo stare stesso delle cose, il lato non sempre e subito evidente della loro eternità.
 

Einstein e la sua concezione dello spazio-tempo

In un soffio

Giorgio De Chirico – L’enigma di un pomeriggio d’Autunno
1910 – Firenze
Olio su tela

Come scorrea la calda sabbia lieve
per entro il cavo della mano in ozio,
il cor sentì che il giorno era più breve.
E un’ansia repentina il cor m’assalse
per l’appressar dell’umido equinozio
che offusca l’oro delle piagge salse.
Alla sabbia del Tempo urna la mano
era, clessidra il cor mio palpitante,
l’ombra crescente d’ogni stelo vano
quasi ombra d’ago in tacito quadrante.

“La sabbia del tempo” di Gabriele D’Annunzio – da Alcyone – I madrigali dell’Estate – 1903

In un soffio

Seccano in un soffio
le erbe del crinale.

Si spegne il tintinnìo
delle crune
sull’erba del pascolo.

Così si dissolvono in pioggia
le frotte del cielo.

Solo due estati per il passero
e in un lampo svaniscono i giorni.

Un cammino di peste rimane
sotto la rugiada il muschio

trama indorata e scura
che li dissolve.

Novembre

Monumento al Partigiano

L’albero a cui tendevi
La pargoletta mano,
Il verde melograno
Dai bei vermigli fior,

Nel muto orto solingo
Rinverdì tutto or ora
E giugno lo ristora
Di luce e di calor.

Tu fior della mia pianta
Percossa e inardita,
Tu dell’inutil vita
Estremo unico fior,

Sei nella terra fredda,
Sei nella terra negra,
Nè il sol più ti rallegra
Nè ti risveglia Amor.

“Pianto Antico” di Giosuè Carducci – Data di composizione: giugno 1871 – Il testo contiene considerazioni sul dolore umano, dopo che il poeta ha perduto il piccolo figlio Dante.

Novembre

Non vola mai
l’uccello di marmo del cimitero.

Sul filo, l’ultimo
spicca da solo
il suo volo.

Era il venticinque di Aprile.

Il salice spoglio lungo la riva
nel letto asciutto delle risaie
le stoppie atterrate e scomposte.

Imbracciava un fucile
il ragazzo di diciannove?
Sorride.

Stridono i tiuu della gallinella
vagano

sul fondale di cenere non sorgono
ancora, i rami scuri dei pioppi.

Cadono rosse le foglie del pianto,
in quei giorni tutto fioriva.

Sogno di una notte

Janis Joplin

Sotto il casco piumato ridevano
le tue guance tondette
e la bocca.

Il pulcino becca nella mano,
forse si salverà.

Janis il tuo, ha troppo mangiato.

Dal palco il canto versicolore
tutta te stessa
fibra forte gridavi… e loro
con noi.

Lame acute Janis le tue, roche e
dolci

Nel gorgo profondo bruciavi
pulcino spiumato
stella ridente, tu

immensamente hai amato
nel blues.

I funamboli

Passo del Cirone
Passo del Cirone – Appennino Tosco Emiliano 2014 – Olio su tela

Una passeggiata sul crinale appenninico è quello che ci vuole. Avanti sul sentiero stretto e un po’ accidentato: a sinistra lo strapiombo oscurato dagli alberi bassi e piegati dal vento in tutte le stagioni dell’anno; a destra il fianco del monte non così alto da non far vedere un largo spazio di cielo azzurro. Giornata fresca e luminosa questa, destinata anche a una improbabile raccolta di funghi, quelle belle mazze di tamburo che s’innalzano coi loro ombrelli, nei prati arsi dall’estate già finita o sul finire con l’erba di un bel colore secco chiaro.
Gli Appennini così poco svettanti, sono nati molto prima delle Alpi ed è per quello che ci offrono il loro capo quasi sempre chino e arrotondato: da anziani quali sono, incutono però un certo rispetto.
Se lasci il sentiero puoi sentire affondare il piede in una specie di materasso di crine morbido, che rilascia il suo profumo di erba secca. Niente funghi, niente pecore al pascolo: solo un cane in lontananza che prosegue da solo la sua strada, un po’ per il bosco, un po’ per il sentiero. Vado avanti col bastone, un appoggio utile all’occorrenza, ma più che altro una consolidata abitudine ormai, una tradizione.
Ecco che mi trovo vicino a una cappelletta, davanti alla quale non mi ero prima mai soffermata, ma oggi chissà perché ci entro, così, più che altro per avere la conferma che non ci sia dentro nulla di interessante.
Subito mi sento avvolta dalla fresca ombra delle pietre. Non è così buio però che io non possa notare delle scritte in rosso sul muro, vicino a una piccola rientranza dove spicca una madonna, anche se molto scolorita e dai contorni sbrecciati, con in braccio il suo bambino.
Mi avvicino chinandomi un po’, perché il luogo è ben ristretto e leggo: “Ai funamboli di tutte le vette” Continua a leggere “I funamboli”

La storia

Sì, miei cari. Ho scritto la mia storia e ora ce l’ho qui nel cassetto.
Non la lascerò ad ingiallire per anni. La farò uscire, le darò aria nuova se occorre. La vestirò per le occasioni che verranno.

La voglio condurre dove lei è più restia, in quei luoghi editoriali che tanto la spaventano.

La guardo e le dico: “Non aver paura, non ti succede niente, il peggio che ti può capitare è di essere ignorata o di finire buttata in un cestino”.

Lei prima si risente e trema un po’, poi ci ride su perchè ha capito che tutte quelle pieghe e quegli stropicciamenti non le faranno male.
Come tutte le storie viaggerà, a dispetto di… e per quel grande mare dove come lei, ne vagano già tante.

E’ in buona compagnia? Tanto meglio. Tra un andare e l’altro, si farà delle compagne, acquisterà nuova energia e chissà che un giorno o l’altro, tra tanto vagare non si realizzi il sogno.

Chissà che qualche folletto distratto e stanco di far scorrere sabbia tra le dita, non si accorga di lei e me la rubi.
Quasi mi spiace di pensarlo, e lei è già qui sulla porta: le è venuta una gran voglia di lasciarmi.